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domenica 11 settembre 2011

Guatemala oggi alle urne. Favorito il "generale della pace"

Articolo tratto da Repubblica (http://www.repubblica.it)


I candidati sono comunque tutti espressione di una destra che, nonostante abbia provocato 36 anni di guerra civile, 200 mila assassinati, 40 mila desaparecidos, si riafaccia sull’arena politica di un paese stremato dalla violenza del crimine e del narcoterrorismo
dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMO

Guatemala oggi alle urne Favorito il "generale della pace"
CITTA’ DEL GUATEMALA – A volte ritornano. Anche i personaggi più discussi. Con il loro passato pieno di ombre e di sospetti che riaffiorano nel presente. Ma tornano. E possono vincere. Otto Pérez Molina, 60 anni, generale in pensione, il “generale della pace” come ama definirsi in pubblico, leader del Partido Patriota (Pp), oggi potrebbe trionfare al primo turno delle elezioni presidenziali che si tengono qui in Guatemala. Oltre al presidente, al vice, si nominano 158 deputati del Congresso, 333 sindaci e 20 delegati al Congresso Centroamericano.

I dati, confermati da ripetuti sondaggi, dànno per vincente Molina: raccoglie il 51 per cento dei voti e distacca di oltre 20 punti i suoi avversari. Due, in particolare, tra i dieci candidati, cercano di insidiarlo: Manuel Baldizòn, 46 anni, imprenditore, populista di Libertad democratica renovada (Lider) e Eduardo Suger, 54 anni, esponente di Compromiso, Renovaciòn y orden (Creo). Ma non c’è partita; troppo distacco e poi giocano tutti sullo stesso fronte.

Sono espressione di una destra che, nonostante abbia provocato 36 anni di guerra civile, 200 mila assassinati, 40 mila desaparecidos, si riafaccia sull’arena politica di un paese stremato dalla violenza del crimine e del narcoterrorismo. “Abbiamo bisogno di una svolta. Di un uomo forte, di qualcuno che metta ordine in questo caos”, si giustifica Félipe, l’autista del taxi che mi guida in un giro per la città. Lo dice con aria seria,
guardando dritto davanti a sé. Incurante della realtà che ci appare: una marea umana che riempie i marciapiedi con carretti, furgoni, banchi, tende fatte di stracci e con i quali, ogni giorno, improvvisa il commercio della sopravvivenza. Se Otto Pérez Molina dovesse vincere, sarebbe il primo ritorno di un generale, nel paese dominato e distrutto dai generali, dopo 15 anni di pausa con goveni civili. Anche se il suo ritorno non significa automaticamente l’arrivo dell’Esercito.

Félipe vive nel settore 2, uno dei 12 in cui è divisa questa immensa metropoli dove il 52 per cento della popolazione, a maggioranza india Maya, che qui aveva il cuore del suo grande Regno, si arrangia in condizioni di estrema povertà. Il suo quartiere è un agglomerato di case fatte in lamiera aggrappate ai costoni di uno dei canyon che scivolano dall’altipiano di Città del Guatemala verso le vallate solcate da fiumi e circondate dalla foresta. Me lo indica. E, con un sorriso amaro, mi fa notare che a poche centinaia di metri, dietro altre case e botteghe, logore ma in muratura, sorgono i settori 10 e 12, le aeree residenziali, quelle dei ricchi, ornate da grattacieli in vetro e schiere di villette con i giardini curati.

Uscito dall’incubo delle stragi, delle torture, delle scomparse, il Guatemala fatica a conquistarsi spazi di democrazia. Tre decenni di una spietata guerra civile hanno soddisfatto le aspettative delle classi latifondiarie e placato le ossessioni anticomuniste degli Stati uniti ai tempi della Guerra fredda. Ma hanno anche lasciato un vuoto che oggi condiziona il futuro del paese.

La violenza scatenata dall’esercito nel 1954 durante il regime del colonello Carlos Castillo Armas, condannato a morte e poi evaso quattro mesi prima di guidare un colpo di Stato orchestrato dalla Cia, ha provocato l’unico vero genocidio etnico di tutta l’America Latina. Assieme a decine di migliaia di indios, massacrati nei loro villaggi rasi al suolo e incendiati, sono scomparse fisicamente anche quelle intelligence politiche che oggi avrebbero potuto concorrere alle elezioni. Ma non esistono più. Perfino il Premio Nobel per la Pace Rigoberta Manchiù, forse la figura più nota dell’opposizione guatemalteca per le sue denunce sulle atrocità commesse, raccoglie un misero 1 per cento dei consensi. Per avere più forza ha unito sotto il suo nome tutte le sigle della sinistra che nel 1982, per reagire alla violenza dei militari e degli squadroni della morte, formarono fino al 1996 l’Unidad révolucionaria nàcional guatemalteca (Urng), un fronte clandestino armato.

Il presidente uscente, il socialdemocratico Alvaro Còlom, negli ultimi 4 anni ha cercato di avviare timide riforme che puntavano a una distribuzione delle ricchezze create con l’esportazione di caffè e lo sfruttamento di importanti materie prime. Ma è stato contrastato dalla solite poche famiglie che contano e che sono sempre contate in Guatemala.

Se un tempo c’era la United fruit che tramava con la Cia statunitense e si affidava ai militari golpisti, ora sono le industrie minerarie e quelle agroalimentari a decidere il destino di una nazione. Con una novità importante che si è inserita nello scacchiere politico: il narcotraffico. I Cartelli della droga, soprattutto “Los Zetas” messicani, hanno creato le loro basi in Guatemala. Perché è più facile riciclare l’immenso tesoro che accumulano ogni giorno e possono gestire con tranquillità, grazie alla corruzione imperante, il traffico verso i ricchi clienti del Nord America.

In città non si nota lo spaccio, di fatto non esiste. Il mercato, quello vero, è altrove, all’estero. Qui è tutto più soffuso, come il fiume di denaro che scorre nelle solite mani, ma carico di violenza. Si spara e si uccide con una facilità impressionante. Non c’è guatemalteco che non abbia avuto un furto, un’aggressione. “Al semaforo ti bussano sul vetro della macchina con la canna della pistola e ti svuotano le tasche”, spiega con rassegnata ironia il cameriere di un caffè del centro. I racconti e gli aneddoti si sprecano. C’è chi ha subito rapine camminando poche centinaia di metri; chi si è trovato minacciato dai banditi, mischiati tra i passeggeri, mentre viaggiava sui taxi collettivi verso i villaggi dell’interno. Trenta candidati locali sono stati fatti fuori. Il capo dell’Osa, l’Organizzazione degli Stati americani José Miguel Insulza, ha espresso grande preoccupazione. Si temono atti di violenza, nonostante la presenza sul territorio di 24 mila agenti, il 33 per cento in più delle ultime elezioni.

Le cronache raccontano di un avvocato che ha pronosticato la sua morte. Nel video che ha girato accusava il presidente nel caso fosse stato ucciso. E’ stato freddato pochi giorni dopo. Quel video, come un testamento postumo, ha avuto la forza di una denuncia che ha fatto discutere per settimane i socialnetwork. Molti hanno parlato di provocazione, di ricatti, hanno sostenuto che l’avvocato fosse solo un folle che cercava notorietà. Ma la morte di Facundo Càbral, noto cantante argentino, non è una leggenda. Un paio di settimane fa era venuto in Guatemala per promuovere il suo ultimo disco e fare un po’ di beneficienza. E’ stato colpito da una raffica di proiettili mentre si dirigeva all’aeoroporto. Non era lui l’obiettivo ma chi lo accompagnava: aveva dei conti in sospeso.

Le statistiche sono agghiaccianti: 16 omicidi al giorno, 60 per cento dei quali attribuiti alla malavita organizzata, per il 98 per cento rimasti impuniti. Solo nel 2010 sono state ammazzate 5960 persone. Su una popolazione di 14 milioni significa che ogni 100 mila abitanti, 41,5 persone vengono assassinate. Si spara per nulla. Un gesto sbagliato, una reazione impulsiva. Basta anche solo trovarsi nel mezzo di una sparatoria improvvisa. “La responsabilà”, concordano tutti, “è del narcotraffico”.

Eppure l’ex generale Pérez Molina ha perso le scorse presidenziali proprio perché aveva puntato tutta la sua campagna sulla violenza e la lotta alla criminalità. Battuto al ballottaggio da Ivaro Colòm, questa volta ha evitato di far leva sulla paura; ha promesso l’aumento del salario minimo, ora fissato a 304 dollari, e una riforma del fisco su cui insistono molto i consiglieri americani per rafforzare l’economia.

Dai file di wikiLeaks messi in rete dal gruppo di Assange si scopre quanto sia ancora presente e decisiva l’influenza statunitense. Gli interessi Usa in Guatemala restano importanti; questo è un paese che offre la più ampia e forte economia di tutto il Centroamerica: il Pil è di 20 mila milioni di dollari. Molina punta a innalzarlo di un punto: dal 4 al 5 per cento. Nei dialoghi con l’ambasciatore Usa, poi cablati a Washington, si apprende che l’ex generale aveva timore del suo passato. Era convinto che l’ex first lady e moglie del presidente Còlom, anche lei candidata ma con poche possibilità di successo, tramasse per tirare fuori delle prove compromettenti. Le ripetute denunce che indicano l’ex generale come corresponsabile di tantissime stragi, quando era capitano e poi maggiore dell’esercito, sempre operativo sul campo, non hanno però sortito alcun effetto.

Il candidato favorito nega ogni suo coinvolgimento nelle mattanze e nei raid criminali contro le popolazioni indigene Maya. Si considera, al contrario, l’autore dell’accordo, mediato dall’Onu, con l’opposizione armata nel 1996 quando era capo di Stato maggiore. “La firma su quel foglio l’ho messa io”, replica indignato davanti ai video e alle dichiarazioni dell’epoca che lo accusano. “E poi il paese ha bisogno di voltare pagina. Io sono il generale della pace”. Quando i colleghi guatemaltechi gli hanno chiesto come fosse riuscito a usare oltre un milione di dollari per la campagna elettorale, violando apertamente la legge che stabilisce un tetto di 125 dollari nelle spese, ha parlato di “donazioni spontanee”. Nessuno lo dice, ma è facile immaginare da parte di chi.

(11 settembre 2011) © Riproduzione riservata

venerdì 15 luglio 2011

La piantagione di marijuana più grande del Messico

Articolo tratto da "Il Journal" (http://www.iljournal.it)

Di Redazione • 15 lug, 2011 • Categoria: Mondo


Quello che a un primo sguardo può sembrare un campo di pomodori, in realtà è un’immensa piantagione di marijuana, la più grande mai scoperta in Messico assicurano i militari che l’hanno individuata. Si estende per 120 ettari, ha detto il Gen. Alfonso Duarte Mugica, è 168 volte più grande del campo di calcio di Città del Messico, lo Stadio Azteca. La piantagione si trova nella zona di Ensenada, Baja California, a sud di Tijuana. Le piante di marijuana, alte circa due metri e mezzo, erano nascoste tra le piante di pomodori e avrebbero fruttato sul mercato circa 153 milioni di dollari. Le forze dell’ordine hanno arrestato sei persone nell’ambito dell’indagine che ha portato all’individuazione del campo. La piantagione verrà distrutta entro una settimana da 250 uomini dell’esercito. Da quando Felipe Calderon è stato eletto presidente del Messico nel 2006, sono stati distrutti 83.251 ettari di piantagioni di marijuana.

mercoledì 22 giugno 2011

Portorico, Onu: San Juan ha diritto all'autodeterminazione

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Nazioni Unite: "Portorico ha una propria ed inconfondibile identità nazionale". Soddisfazioni dei movimenti indipendentisti

Adesso ci sono pochi dubbi: quella che è considerata una delle ultime colonie al mondo, l'isola di Portorico, potrà finalmente autodeterminarsi. La notizia giunge in un momento di fermento politico e alcuni giorni dopo la visita del presidente Usa Barack Obama a San Juan.

Il Comitè de Descolonizacion delle Nazioni Unite, ha approvato una risoluzione che sottolinea il diritto all'autodeterminazione dell'isola di Portorico. Oggi lo status dell'isola la vede come uno Stato Libero e Associato agli Usa nonostante abbia un governo proprio.

Chiaro il testo della risoluzione. "Portorico è uno stato Latinoamericano e caraibico che ha una propria e inconfondibile identità nazionale", per queste ragioni l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite è chiamata a "esaminare in maniera amplia e in tutti i suoi aspetti il caso, pendente dal 1970.

Il testo Onu prevede anche che chi ha combattuto per l'indipendenza dell'isola venga rilasciato dalle carceri.

Un altro importante aspetto riguarda l'isola di Vieques che secondo la risoluzione dovrà essere totalmente decontaminata. La piccola isola a poche miglia dalle coste di Portorico, infatti, per oltre 60 anni è stata occupata e teatro delle manovre militari della Marina da Guerra degli Stati Uniti. Oggi l'isola è considerata una dei luoghi più inquinati del mondo e sotto le acque che la bagnano e sulla terra ferma ci sono ancora decine di migliaia di ordigni, alcuni inesplosi. L'isola è talmente tanto contaminata che l'incidenza dei tumori è di gran lunga superiore a qualsiasi altro luogo del continente.

Come detto la risoluzione è stata approvata senza ricorrere a votazioni ma grazie all'appoggio incondizionato dei Paesi Latinoamericani e dei 'non allineati' (Cuba, Venezuela, Nicaragua, Bolivia ed Ecuador).

Non solo. Prima di giungere ad una decisione il Comitè ha ascoltato molte organizzazioni politiche e della società civile sia portoricane che statunitensi.

Soddisfazione è stata espressa dal Movimiento Indipendentista Nacional Hostosiano. Il suo portavoce ha fatto sapere che "Portorico ha la necessità di arrivare urgentemente alla sua completa indipendenza".

Osvaldo Martinez Toledo, a capo dell'ordine degli Avvocati, ha fatto sapere che un'Assemblea Costituente godrebbe di un ampio consenso tra la popolazione e le strutture politiche".

Tutte le realtà che hanno combattuto fino a oggi per l'indipendenza reale da Washington, però, sono d'accordo su una questione: se ci sarà un referendum popolare per decidere lo status dell'isola dovranno poter votare anche i cittadini portoricani che vivono all'estero, soprattutto negli usa.

Si calcola infatti, che più di 4,5 milioni di cittadini di origine portoricana vivono all'interno dei confini Usa.

Alessandro Grandi

sabato 18 giugno 2011

Messico: arrestato leader dei narcotrafficanti

Articolo tratto da "fan page" (http://www.fanpage.it)

È stato arrestato in Messico il leader dei narcotrafficanti Marco Antonio Guzman Zuniga, accusato di essere coinvolto in un gran numero di omicidi e crimini.

La polizia federale messicana ha catturato il leader dei narcotrafficanti Marco Antonio Guzman Zuniga, noto come “El Brad Pit” per la sua somiglianza con l’attore di Hollywood. Ramon Pequeño Eduardo, il capo del dipartimento antidroga, ha dichiarato che Guzman è coinvolto con un ruolo di primo piano in un gran numero di crimini e omicidi legati ai signori della droga che, in Messico, detengono buona parte del sistema illegale di compra-vendite delle sostanze stupefacenti.

La lista delle accuse fatte a “El Brad Pit” è davvero lunga: l’uomo è accusato anche per un attentato bomba che ha provocato tre morti, perpetrato nel 2010 contro la sede della polizia di Ciudad Juarez, e per traffico di droga nello stato più grande del Messico, in Chihuahua, dove tremila persone sono state uccise nel 2010 da trafficanti. Il 34enne messicano sarebbe inoltre il presunto leader del gruppo di narcotrafficanti “La Linea”, il maggiore complice del Cartello di Juarez.


continua su: http://www.fanpage.it/messico-arrestato-leader-dei-narcotrafficanti-video/#ixzz1PdmnJTKi
(dove potrete vedere il video dell'arresto)

sabato 7 maggio 2011

Messico, la lunga marcia per la pace

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net), da quest'articolo in poi articoli anche sulla pagina fan di Facebook su "Il Mondo Futuro".


Centinaia di persone marciano verso la capitale per chiedere la fine della guerra tra governo e cartelli della droga. Il poeta messicano Javier Sicilia leader del movimento. Calderon: "Non ci ritiriamo"

E' partita ieri dalla città di Cuernavaca la lunga marcia di 80 chilometri che culminerà domenica con l'arrivo di centinaia di persone a Città del Messico. Un cammino per chiedere la fine della guerra tra il governo e i cartelli della droga, intensificatasi con l'insediamento al potere del presidente Felipe Calderon nel 2006. Tra la folla in marcia numerosi striscioni con i nomi delle vittime della brutale ondata di violenza legata alla lotta al narcotraffico e un cartello nero con la scritta "Fermate la guerra".

Leader indiscusso del movimento, che chiede maggior protezione per i cittadini e la fine della militarizzazione del territorio, è il poeta Javier Sicilia, che ha sventolato una bandiera messicana, dopo aver criticato aspramente nei giorni scorsi la politica messa in atto dal presidente Calderon. Il noto scrittore, divenuto simbolo della protesta dall'uccisione, lo scorso marzo, del figlio ventiquattrenne, ha parlato di "una guerra mal pianificata e mal diretta, che lascia liberi i veri criminali".

Intanto, senza riferirsi esplicitamente alla marcia in programma, il presidente Calderon, in una dichiarazione rilasciata nella tarda notte di mercoledì, ha ribadito l'impegno del suo governo nella lotta alla criminalità organizzata, escludendo l'opzione di un eventuale passo indietro. "Se ci ritiriamo le cose non potranno che peggiorare", ha affermato, "lasciando impuniti numerosi crimini nelle nostre strade".

giovedì 27 gennaio 2011

Messico, ricompare il subcomandante Marcos

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

Commemora il vescovo Ruiz, che aveva agito da mediatore fra zapatisti ed esercito tra il 1994 e il 1998

Dopo un silenzio lungo due anni, il subcomandante Marcos ha espresso il suo sconcerto durante le commemorazioni del vescovo emerito Samuel Ruiz, morto, lunedì scorso, all'età di 86 anni, a Città del Messico e inumato mercoledì nel Chiapas.

Nel comunicato, rilasciato da Marcos e dal tenente colonnello Moises dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), con estremo rammarico viene accolta la notizia della dipartita del prelato, mediatore nel conflitto fra le milizie zapatiste e le forze governative tra il 1994 e il 1998. In particolare, viene lodato l'impegno di Samuel Ruiz nel fronteggiare la difficile situazione di miseria e di emarginazione delle popolazioni del Chiapas.

Le esequie sono state presiedute nella Cattedrale della Pace a San Cristobal de las Casas dal nunzio apostolico Christopher Pierre.